Quintana: nel 1946 fu resuscitato il morto di legno

Foligno, 08/09/2008

Interviste di Gilberto Scalabrini

Amarcord degli avvocati Giuseppe Galligari (nella foto) e Giuseppe Mancini,(nella foto all'interno) memorie viventi della prima rievocazione storica della manifestazione folignate.

A chi spesso mi chiede che cosa è la Quintana, rispondo che è una grande festa popolare, densa di colori, suoni, passioni, slanci, esaltazioni e tripudi. Aggiungo pure che la città si divide in dieci rioni (anticamente erano 17), ognuno dei quali si muove secondo un organigramma sancito da norme statutarie. Il mondo rionale è eterogeneo per presenze sociali, per età e per occupazioni. Nel breve arco di 15 giorni l’esercito di volontari vive la festa in modo tumultuoso e passionale, ma è pure capace di slanci generosi, di sacrifici, di litigi e di contrasti. Il volontariato è da 62 anni il tratto caratteristico dell’Ente, la forza umana che muove la pesantissima macchina della rievocazione storica. La giostra, invece, anzi la tenzone cavalleresca, è un’altra storia. Anzitutto è l’orgoglio di una prova di valore, velocità, abilità, destrezza ed esperienza da parte dei dieci binomi (cavallo-cavaliere). Il gioco rasente la perfezione: basta un errore per non essere ammessi alla seconda o terza tornata. Il percorso del “campo de li giochi”, racchiuso entro un ovale, ha la forma di un 8 e misura di 754 metri. E’ delimitato a destra e a sinistra da bandierine. Ogni cavaliere deve percorrerlo al galoppo e infilare con una lancia che pesa quasi 3 chili, gli anelli che sono appesi al braccio del simulacro ligneo, che è posto al centro del percorso, all’incrociarsi delle diagonali. Da giugno 2008 i bersagli hanno il diametro di cm 8 nella prima carriera, 6 nella seconda e 5 nella terza. Questo ultimo è poco più grande di una fede nuziale. I cavalli sono dagli anni 1990 tutti purosangue inglesi, quindi con una grande forza nei garretti.
Le prime avvisaglie dell’evento però non spettano ai cavalieri, anche se sono gli eroi d’ogni contrada. Le prime avvisaglie dell’evento spettano ai tamburini.
Senti riecheggiare i pistilli sulle pelli già ad aprile per la giostra della Sfida di giugno e poi nelle caldi notti di luglio per la giostra della Rivincita di settembre. Il tamburino è il primo grado del cursus honorum, attraverso il quale si può accedere alle altre cariche della contrada. La traccia del suono che si spande nell’aria lascia nell’animo di ascolta, o anche di chi si trova solo a passare, misteriosi e profondi richiami. In altri, invece, contestazioni e proteste per quelli che sono definiti solo “fastidiosi rumori”.
Questa è la Quintana!
E’ stata rispolverata da un antico documento d’archivio del 1613, scoperto nel 1935 dallo studioso di storia locale Mons. Faloci Pulignani. Il documento parlava di una festa di carnevale, descritta dal segretario del comune Ettore Tesorieri di Andria, letterato e scrittore, musicista ed accademico degli Insensati di Perugia. Monsignor Faloci confidò questa scoperta al suo segretario Emilio De Pasquale, pure lui natio d’Andria, il quale fu incuriosito di andare a cercare notizie sul Tesorieri. Trovò lo stupendo documento che s’intitola “Stimolo generoso di virtude” nel quale è descritta la giostra riservata al ceto gentilizio.
Così, il 25 luglio 1946, mentre la città era ancora avvolta dalle ferite della guerra ma nutriva forte volontà di ripresa, fu riportato in vita il morto di legno, quel dio Marte sepolto oltre tre secoli prima. Il proprietario era Albagusto Piccini, figlio di Filippo e nipote dell’avvocato Brandolice, erede diretto della baronessa Amalia de Gregari, che fu ben felice di prestarla per la prima giostra moderna della Quintana.
La manifestazione fu organizzata dallo stesso Emilio De Pasquale, per festeggiare a settembre l’85° anniversario della Società di Mutuo Soccorso. Furono noleggiati presso gli studi teatrali di Roma e Firenze costumi, parrucche, scarpe e stivali. Fu anche scritto il bando. Il comitato affidò l’incarico all’avvocato Giuseppe Mancini.
Racconta il padre del bando, che oggi ha 90 anni: “Mi fu chiesto di evidenziare un fine non secondario della storica rievocazione: sopire i freschi rancori, inevitabili conseguenze del recentissimo periodo bellico, e i non sempre innocui rabbuffi tra cittadini, non ancora adusi alla serena dialettica. Pertanto, ispirandosi ad un testo del napoletano Torquato Accetto, scrissi il guanto di sfida. L’invocazione alla “concordia e all’amor della cittade tutta” quale “vittoria bella e grande”, aveva quindi un preciso riferimento in quei nostri tempi lontani, assai tristi per vendette e per lutti, per irate avversioni ancora non represse. Il bando doveva essere anche adatto alla stagione ed in particolare a quel settembre che è il mese di riposo nel lavoro dei campi in attesa della festosa vendemmia. Come la fiera, anche la Quintana doveva richiamare la gente dalle campagne e dalle colline e dalle frazioni montane nelle vie cittadine. Doveva accoglierla gioiosa, con un abbraccio immenso e sincero, non di classi chiuse o di ceti privilegiati, ma di tutto il popolo. Furono questi i concetti che mi guidarono e li volli esprimere nel bando”.
I giornali del 1946 ci raccontano la prima Quintana in modo diverso fra loro: Il Messaggero con l’inviato da Roma Gino De Santis, scrive una serie d’articoli che piacciono moltissimo alla gente, soprattutto quello che s'intitola “Io sono per la cagnara”; la Gazzetta di Foligno dà ampio spazio alla manifestazione, mentre l’Unità dissente sul modo di come è organizzata la festa e si riporta alla classica immagine del cavallo di Troia che avrebbe condotto alla ribalta “individui che sarebbero dovuti rimanere in disparte”.
La prima giostra, comunque, registra il tutto esaurito. In tribuna si paga 250 lire, in gradinata 100 e sui posti al campo 50 lire.
I cavalieri percorrono la pista che la forma di un ovale e la statua del dio Marte è posizionata sulla dirittura, a ridosso della tribuna centrale. Il tempo non ha valore selettivo e il suo limite massimo è di 3 minuti. I cavalli di giostra sono tutti rimediati sul posto e tra questi c’è anche Morello, un vecchio ronzino che per tutto l’anno si trascina stanco e triste tra le chiese di Foligno e il camposanto. Trasporta salme, ma in quel settembre 1946 ebbe un giorno di gloria.
Da allora, ogni anno, il miracolo si ripete sempre uguale. Dal 1979 avviene due volte l’anno e la conquista del Palio scioglie magicamente ogni volta, dopo mesi, notti e giorni di fatica, la stanchezza di vincitori e vinti.